sabato 27 febbraio 2016

Les maisons des autres enfants

Versione francese de Le case degli altri bambini 
- nelle librerie francesi dal 5 marzo 2016 pubblicato da Editions Cambourakis



mercoledì 10 febbraio 2016

L'inconnu - il booktrailer del libro in uscita con Editions Notari








L'inconnu
Texte de Luca Tortolini 
Illustrations de Daniela Iride Murgia 
© éditions Notari, Genève 2016 
www.editionsnotari.ch

venerdì 13 marzo 2015

Mostra fotografica a TORREDILIBRI 2015
dal 17 al 29 marzo
CineTeatro Comunale
Torre San Patrizio (Fm)


domenica 8 marzo 2015

TORREDILIBRI 2015

dal 17 al 29 marzo 2015 - CineTeatro Comunale di Torre San Patrizio







Barattolo

    © Luca Tortolini 2015

    © Luca Tortolini 2015

    © Luca Tortolini 2015

mercoledì 21 gennaio 2015

il cielo sopra Roma

©lucatortolini 2015

domenica 23 dicembre 2012

Libriamoci 2012 - Fabian Negrin


"Principessa Pel di topo e altre 41 favole da scoprire" di Jacob e Wilhelm Grimm
illustrazioni di Fabian Negrin (edito da Donzelli)













"Bestie" di Fabian Negrin (edito da Gallucci)






"Bestie" e "Principessa Pel di topo"


Dopo un periodo di disinteresse per il disegno e teso alla sola scrittura, Fabian Negrin ritorna a disegnare (come ci ha raccontato nella visita guidata in occasione della grande retrospettiva che Libriamoci – mostra internazionale di illustrazione gli ha dedicato a Macerata) ritrovando il piacere, l’interesse, l’incanto del disegno. Ciò, a partire dal libro “Chiamatemi Sandokan” (edito da Salani) che è un omaggio all’intramontabile centotrentenne personaggio di Salgari. Ancora più evidente il brio, la festosità del disegnare in “Frida e Diego” (edito in Italia da Gallucci) e negli ultimi due libri dati alle stampe, dei quali parleremo qui di seguito: “Bestie” (edito da Gallucci per l’Italia) e la raccolta dei fratelli Grimm, “Principessa Pel di topo e altre 41 fiabe da scoprire” (edito da Donzelli, traduzione Camilla Miglio).


continua qui nel sito dell'associazione fabbricadelleFavole ARS IN FABULA


pdf articolo: Bestie e Principessa Pel di topo




lunedì 10 dicembre 2012

ARS IN FABULA magazine

Ho contribuito con le interviste, i testi, eccetera:





Ecco il sito dove potete leggere la rivista:

ARS IN FABULA
http://www.fabbricadellefavole.com/?&id=82&language=it



venerdì 3 febbraio 2012

Frida e Diego - una favola messicana



"El Día de Muertos di Frida e Diego"

Fabian Negrin (recentemente ha vinto il CJ Picture Book Award per L’ombra e il bagliore edito da Orecchio Acerbo) con Frida e Diego - una favola messicana scrive e disegna un frizzante albo che ci parla della morte e di un possibile diverso modo di considerarla.

Il Giorno dei Morti, in Messico, è una ricorrenza allegra: si cucina in abbondanza, si banchetta e si ascolta la musica vicino alle tombe dei defunti; è un’usanza ereditata dalla civiltà azteca, che l’invasione dei cattolici spagnoli non è riuscita a sradicare. In questo giorno, in un cimitero, Negrin ambienta la storia di Frida Kahlo e Diego Rivera bambini (con un volo d’immaginazione, sono già innamorati e con le caratteristiche che saranno proprie dei due grandi artisti), dove Diego cade in una fossa profonda e buia che porta al Paese dei Teschi. Frida (che fa pensare a Orfeo che va nell’oltretomba per riprendersi l’amata Euridice; con esito opposto però) lo segue per riportarlo in superficie. Grazie all’aiuto di uno Xoloitzcuintle (una razza canina sacra per gli Aztechi, il rappresentante in terra del dio dell’oltretomba) fuggiranno dai Teschi compiendo l’impresa.




Le tavole di Fabian Negrin ci restituiscono i colori netti e caldi del giorno di festa, quando i due protagonisti sono in superficie. Sono terrigne, intense e avvolgenti (rimanendo sempre festose) quando i due sono sottoterra, nel Paese dei Teschi.





Così rappresentata, la morte non è più quel ricordo nero, silenzioso e doloroso del lutto cattolico, ma la colorata e festante memoria delle persone amate. Il segno incisivo lavora molto per mostrarci l’intero spazio delle tavole pieno di dettagli (con tutto il carico dell’ironia, sempre presente in tutti i lavori di Negrin) e le sfumature nelle espressioni dei volti dei personaggi sono già da sole dei lunghi romanzi sudamericani.


Frida e Diego – una favola messicana è un bellissimo albo pubblicato in contemporanea da Carlo Gallucci Editore in Italia, e da Editions du Seuil in Francia.

Rubrica "Letto per voi" su www.fabbricadellefavole.com

martedì 24 gennaio 2012

L'autobus di Rosa...











“L’autobus di Rosa”

Ecco che sta passando un autobus: è quello di Rosa Parks. La donna che divenne un’icona del movimento per i diritti civili dei neri d’America. Perché può capitare che il piccolo gesto di disubbidienza di una sola persona metta in moto un’azione di rivolta collettiva. Così accadde nel 1955 a Montgomery in Alabama quando Rosa Parks venne arrestata per non aver ceduto il posto a un passeggero bianco. Un “No” sereno di chi sta nel giusto (che ricorda quel“Avrei preferenza di no” di Bartleby lo scrivano del grande Herman Melville) che diede inizio alla rivolta degli Afroamericani, finché dopo più di un anno non arrivò la vittoria, con la proclamazione, da parte della Corte Suprema, di anticostituzionalità della segregazione razziale sui mezzi pubblici.

Il bel racconto di Fabrizio Silei parte dai giorni nostri: il nonno conduce il piccolo Ben all’Henry Ford Museum per mostrare e fargli conoscere la storia dell’autobus di Rosa Parks. Ma soprattutto, per chiedere scusa. Perché la sera dell’arresto di Rosa, lui era su questo autobus. Però non mosse un dito, non appoggiò la donna. E questo è il pesante senso di colpa che ha portato addosso per tutta la vita. Ora, il regalo del nonno arriva sotto la forma di un insegnamento prezioso: non bisogna essere indifferenti nella vita; bisogna schierarsi quando si è nel giusto o si riceve una ingiustizia.

La narrazione di Silei è in formidabile e intelligente dialogo con il racconto per immagini di Maurizio Quarello. L’intenso colore delle tavole che racconta il presente, viene sostituito dal bianco e nero (che ricorda le inquadrature dei film dei grandi registi americani; John Houston, John Ford, per dirne due) che rende meglio il clima soffocante delle prevaricazioni e violenze dei bianchi verso i neri. Un modo giusto per entrare in quel mondo violento e farlo vivere al lettore (bambino o grande che sia) che impara a conoscere e riconoscere quando ciò, la Storia, si ripete.

“L’autobus di Rosa” è un bellissimo libro edito in Italia da orecchio acerbo in collaborazione con Amnesty International. Pubblicato anche in Francia, Germania, Spagna, Grecia, Brasile e Portogallo.





Rubrica "Letto per voi": www.fabbricadellefavole.com

domenica 20 novembre 2011

Canicola numero 10


Canicola bambini: sguardi sul mondo dell’infanzia

Questo articolo è la parte 4 di 7 dello speciale: Bambini che leggono fumetti
Canicola bambini: sguardi sul mondo dellinfanzia >> LoSpazioBiancoNell’attenzione che cresce, di pari passo con la qualità, per la produzione dei libri destinati a ragazzi e bambini, in Italia, non viene a sufficienza tenuto in considerazione il fumetto.
Eppure, in passato, numerose riviste, come Il Corriere dei Piccoli, L’intrepido, Il Vittorioso, Il Giornalino e altre, proponevano importanti luoghi di formazione del mondo estetico e narrativo dei piccoli, per il mezzo del fumetto. Ora, solo da qualche tempo sembra essersi rinnovato l’interesse da parte degli editori. Ad esempio le edizioni Orecchio Acerbo (che si distingue per l’altissima qualità delle scelte e la cura per l’oggetto-libro), da qualche anno, con una collana Comics, (tra i titoli ricordiamo Jack e la scatola di Art Spiegelman,TopoLino si prepara di Jeff Smith, Il signor Coccodrillo ha molta fame di Joann Sfar, e la serie deI Pittipotti di Jerry Kramsky e Lorenzo Mattotti) sta investendo molto in questo ambito. Oppure, la casa editrice Topipittori, che ha da poco pubblicato il fumetto Bacio a cinque di Giulia Sagramola.
Canicola bambini: sguardi sul mondo dellinfanzia >> LoSpazioBiancoUn altro luogo della qualità, che non poteva mancare a questo appuntamento, è la rivistaCanicola (anche importante casa editrice) che appunto dedica la sua decima uscita ai bambini.
Un numero a colori, composto dal lavoro di 11 disegnatori.
La finlandese Amanda Vahamaki con Cla, racconta la storia della bambina Clara che, divisa tra la madre e il padre divorziati, impara a crescere facendo delle scoperte sul conto degli adulti. La lettone Anete Melece racconta l’impegno de La morte al lavoroscissa tra il dovere e il divertimento. Giacomo Nanni reinterpreta, in un rapporto di sintesi sempre più efficace tra storia e immagine, La neve umile diLeonardo Da Vinci. La bravissima Anke Feuchtenberger, che con La scatola hollandeseracconta la storia di una cagna che impara ad accettare, e in fine ad apprezzare, la venuta di un’altra cagna in famiglia. Yan Cong racconta l’assenza del Tempo nella fantasia. La grande Francesca Ghermandi che con Il giorno del pacchino racconta l’insensata corsa del consumismo da parte dei facoltosi e dei meno abbienti.Anna Deflorian racconta la perdita e la morte con La casa sul ghiaccio. I disegni del fiammingoBrecht Vandenbroucke pieni di ironia, offrono nuove visioni sulla realtà. Le storie avventurose diVincenzo Filosa (con Cuore di marinaio) e Michelangelo Setola (con Verso il vulcano), il mondo di Tuono Pettinato, che con la storia di Flaubert 9000 vede un bambino robot alle prese con il ballo e la crudele insegnante, chiudono la rassegna.Canicola bambini: sguardi sul mondo dellinfanzia >> LoSpazioBianco
Insomma, numerosi punti di vista sul mondo, universi narrativi che formulano domande, e qualche volta danno risposte, che sono a loro volta costituite da altre domande: è quello che succede quando la lettura, una precisa idea di lettura, tiene al centro l’avventura della crescita, come in questo caso.
Con la speranza che, come promesso nell’editoriale della rivista, ci saranno altri numeri dedicati ai bambini.
Abbiamo parlato di:
Canicola 10: bambini

AA. VV

Canicola, 2011
176 pagine, brossurato, colori – 16,00€
Riferimenti:
Canicola: www.canicola.net

mercoledì 28 settembre 2011

Baci dalla provincia

di Edo Chieregato

Articolo tratto dal n.13 - "Ragazzi selvaggi"

All’ultima Berlinale, il festival cinematografico della capitale tedesca, l’Italia era rappresentata unicamente dal film Provincia Meccanica di Stefano Mordini. Cosa simile era successa a Cannes, nel 2000, dove c’era solo il nostro fumettaro Lorenzo Mattotti, nemmeno un regista, che ne aveva disegnato il manifesto. Eppure sebbene senza pellicole, andò meglio a Cannes, che quest’anno a Berlino.
Provincia Meccanica
racconta la disgregazione progressiva del rapporto di una giovane coppia, ma non convince. Non è chiara l’apatia dietro ai personaggi, mancanti di uno scavo psicologico che motivi la deriva cui lentamente si spingono. Forse per Mordini ambientare la vicenda a Ravenna, esordire con una rustica festa di matrimonio, mostrare uno sfasciacarrozze, far vedere come tra operai ci si aiuti vicendevolmente, è sufficiente per dire che siamo in provincia, che c’è desolazione, e la gente reagisce così. E’ vero la provincia è meccanica, cioè automatica, prevedibile e quindi deprimente, ma nel film non emerge, semmai è dato come dogma. Mordini vuol mettere in scena uno spazio culturale, fisico e mentale, quale la provincia, senza una interpretazione, senza vera analisi. Ecco allora un film televisivo, a tratti patinato, falso. Pensando a Celati, ad esempio, che ha spesso preferito un intimismo minimalista, alla cruda cronaca quotidiana, per raccontare l’esistenza e i colori della pianura padana, ritroviamo un sobrio romantico, ma sincero. Nell’opera prima di Mordini non convince quasi niente, lo stereotipo comanda, si scade nel pittoresco. Non c’è sangue, manca il vissuto.
Se rimaniamo nel nostro giovane cinema, troviamo però il romano Matteo Garrone, che ispirandosi a fatti di cronaca, nei suoi ultimi due lungometraggi - costruiti attorno al tema della morbosità affettività di certe psicosi amorose - riflette anche sulla provincia, su personaggi che si dimenano tra ossessioni e inettitudine. I protagonisti de L’Imbalsamatore, sono disadattati che sognano la fuga da una vita sbiadita e opaca. Ma tutto è inutile, il trasferimento dalla desolazione del litorale campano in provincia di Caserta, alle nebbiose lande cremonesi non farà che degenerare le cose. Primo Amore ha invece la campagna veneta come scenario per l’irretimento che il folle protagonista infligge alla fidanzata. E’ un film di non luoghi, di vuoti, di ambienti smunti. C’è la percezione di una provincia inquietante, senza speranza, in cui il lavoro sembra essere l’unica possibilità di socializzazione. E non è un caso che il film sia stato scritto, e magistralmente interpretato, da Vitaliano Trevisan, scrittore operaio di Vicenza, caustico ma schietto, che soprattutto ne I quindicimila passi introduce la sua critica alla ristrettezza culturale del Nordest ricco e bigotto.
"Non più qui, pensai, non su questa terra devastata e calpestata e spezzettata a norma di legge, non su questa terra dove le ragioni di tutto sono ragioni prevalentemente, anzi: esclusivamente economiche, niente di personale, niente di niente: solo affari. Una terra desolata, pensavo, […] una terra sconvolta desolata e desolante, intristente come non mai specie nei giorni di pioggia, per non parlare dei giorni di nebbia" (1).
Garrone, Trevisan, mostrano quell’Italia che anche Gianni Pacinotti ama narrare. Gipi, questo il suo pseudonimo, è nato a Pisa, ha quarantadue anni, ed è ossessionato dall’esigenza di comunicare: fumetti, racconti, illustrazioni, riprese cinematografiche, canzoni, pittura, tutto va bene per farlo.
Ma col fumetto il suo talento si esprime al meglio, con maggiore consapevolezza, proprio perché mescola i diversi linguaggi con sempre nuove ricette. Dopo l’esperienza negativa del Liceo Artistico a Lucca, che lo porta a detestare il disegno, Gipi frequenta corsi privati in Italia e Spagna, e per tutto un periodo sperimenta febbrilmente ogni tecnica possibile. Lavora per la pubblicità, da metà degli anni Novanta, quasi per caso, inizia a pubblicare per "Cuore", e poi per "Il Clandestino", "Boxer" e "Blue", e sebbene la sua abilità pittorica e il guizzo narrativo siano evidenti da subito, la pubblicazione del primo libro è assai recente. La storia di Faccia, disegnata appena dopo il crollo delle torri, è la scintilla di un’esplosione creativa a fumetti impressionante, dirompente, in continua ricerca ed evoluzione, che ha portato alla pubblicazione di tre libri consecutivi (2), all’assegnazione di premi, all’attenzione di pubblico e critica, non solo del fumetto, non solo in Italia. Con Gipi possiamo parlare di un "dopo 11 settembre" personale, di una riappropriazione esistenziale del disegno, della necessità terapeutica del racconto, contro l’inquietudine per gli accadimenti terribili del mondo o della propria vita.
Nelle sue storie che spesso filtrano i caratteri o le gesta degli amici dell’adolescenza o le atmosfere della provincia in cui è cresciuto, la narrazione procede con naturalezza attraverso una scrittura limpida che fotografa e sintetizza gli accadimenti. E’ autobiografia, ma sebbene ci sia affetto per gli eroi in scena ed emotività tra le righe del racconto, lo sguardo sul passato è distaccato, le persone diventano personaggi, poiché l’obiettivo ultimo è pedagogico. Le immagini disegnate o dipinte con tecniche diverse (acrilico e china, acquerello, penna biro su carta), contribuiscono ad una fluidità di lettura che rispecchia la spontaneità dell’atto creativo, un raro talento che ricorda Pazienza. Il colore è steso in velocità con sicurezza ed istinto mentre i dialoghi sono diretti e crudi. Le vignette spesso non hanno alcun bordo per cui l’intera pagina ricrea un’immagine molto compatta, una sorta di mosaico a fumetti in cui l’occhio segue la narrazione.
Esterno notte è il primo libro del 2003 disegnato quasi sempre senza matite, e dipinto sul flusso del racconto con olio su supporti rigidi poi graffiati per rendere efficaci giochi di luce. In certi casi Gipi sovrappone anche della carta trasparente per disegnare volti o figure umane, si tratta di dissolvenze che suggeriscono il senso di movimento o una lettura a più livelli. Partendo dall’idea che le persone sono fatte di sostanze differenti dal mondo, l’autore disegna gli uomini con un segno scarno, quasi frettoloso, mentre gli ambienti, lo spazio, il cielo e le nuvole sono magniloquenti, dettati da macchie dalle tonalità di blu. Del libro sono almeno due le storie, in cui l’atmosfera, l’essenza, il destino di una vita in provincia emergono drammaticamente: Le cinque curve e La storia di Faccia.
La percezione del tempo e dello spazio in provincia sono correlati agli accadimenti. E il tempo sembra fermo, perché accade poco, e tutto, compreso il bizzarro, è prevedibile. Se lo spazio appare limitato perché immobile, il movimento è la variabile determinante. Si tratta spesso di moti interiori, di irrequietezza, di necessità di azione e cose. Ma il movimento può essere nei desideri, nella speranza di cambiamento, nelle parole, spesso vane. E così attraverso rituali che punteggiano il tempo, si traveste questo ristagno esistenziale che è oggettivo e culturale nello stesso tempo. Si esagera con tutto, con l’apparenza, col linguaggio, con la velocità, bluffando spesso con le proprie possibilità. Tondelli, acuto osservatore degli anni Ottanta, che ritorna spesso a riflettere sulle sue origini, sull’Emilia, ci può venire in aiuto. Quando parla di Modena, della tranquilla normalità dei giovani, della celebrazione dei riti del sabato sera, dell’uscita al bar, del giro in Vespa, sottolinea soprattutto l’ostentata emancipazione femminile, conquistata a fatica nei decenni, con l’andirivieni continuo alle macchine da maglieria. Una femminilità produttiva e indipendente, spavalda, in continuo movimento, che lo scrittore incarna nel simbolo di una vecchia Dyane rossa, con dentro cinque ragazze, provocanti e disinibite, che bruciano semafori e sensi unici per volare verso le grandi discoteche della pianura. E’ la terra, e sono gli anni, di "Vado al massimo", del desiderio di una vita esagerata, iperdinamica alla Steve McQueen, che dilaga ovunque. E’ il fenomeno Vasco Rossi che, come puntualizza Tondelli, non si può capire "senza tenere presente questa realtà emiliana, questi percorsi fra la città e la provincia, fra la metropoli e la sperduta cittadina dell’Appennino: percorsi che lanciano, naturalmente, il mito e il sogno all’interno di un’esistenza un po’ grigia e nebbiosa, ma pungolata continuamente dalla modernità e dalla ricerca dell’evasione" (3).
L’ossessione per il movimento, per la fuga, per lo spostarsi e dribblare la stasi appartengono alla provincia. Anche Thomas, il protagonista del romanzo di Trevisan cammina di continuo, ma non va da nessuna parte, naturalmente. Sentiamo questa testimonianza da Caserta: "E ci sono quei casertani che dopo aver fatto l’amore al macello, tornano a casa con una tristezza completa. Ciondolano per la stanza e giurano a se stessi che ne hanno le scatole piene di questa città. Arriverà quel giorno nel quale andranno via. Per alcuni di questi quel giorno non arriverà mai, ma proprio mai. E allora si comprano una moto, un Harley Davidson, e si uniscono con altri che ne posseggono già una. Indossano un casco e un giubbotto di pelle e tutti insieme, la domenica, se ne vanno. Se ne vanno, ma non lontano. Percorrono il Corso, via Gemito e ancora il Corso […] ogni volta che ripercorrono le vie sgassando, quei casertani sembrano dichiarare: un giorno o l’altro noi da qui ce ne andremo, lasceremo questi negozi, questi bar, questo ozio, questo strazio domenicale, lasceremo tutto questo
e poi saranno fatti vostri. Ma a giudicare dalla puntualità con la quale la domenica, il rumore della loro moto fa suonare un’antifurto, in verità, sempre lo stesso, tutti quelli che li guardano passare, pensano che quel giorno tarderà ad arrivare" (4).
Ancora movimento statico, illusione di cambiamento, progetti che sfumano non appena si formulano. E soprattutto desolazione, senso di vuoto, di niente, da riempire. La provincia è lenta, ferma. E così sale la smania, la fregola irrequieta per riempire questo niente. E bisogna darsi molto da fare. Si beve, ci si ubriaca, o droga, per accelerare. Credendo di riempire. Illudendosi di movimento, sebbene non accada niente, non si faccia niente per davvero. C’è poi una velocità vera, quella dei motori. Delle automobili sportive, delle gare in motocicletta. In provincia la velocità e la bravura nel guidare la moto sono un valore assoluto per conquistarsi stima e ammirazione al bar. Si fanno gare, per trasformare le curve in rettilinei. Gare da pazzi. Con piloti normali, che hanno una passione pericolosa. Si scelgono tracciati con molte curve, s’indossano soprannomi, si fanno scommesse. Il ritrovo è al bar, oppure dal distributore; si sceglie "la pista", e via. Ciò che conta è lo spirito della corsa, la cattiveria con cui si vuole chiudere la settimana. "Tutto viene affrontato con rabbia e, in alcuni punti difficili, senza respirare. […] E’ la stessa rabbia che sale dentro di loro quando decidono di correre perché davanti a sé hanno solo una domenica vuota" (5).
Se Le cinque curve di Gipi riflette sulla morte narrando proprio di queste gare spericolate, di motociclisti indemoniati, e dei ragazzini bisognosi di eroi, che mettono in repentaglio la loro vita per emularli; La storia di Faccia racconta di giovani emarginati che si scontrano con una guardia giurata, capro espiatorio della loro scontentezza esistenziale, svelando la rabbia, di chi non possiede nulla, di chi usa la violenza, forse gratuita, ma liberatoria. Disegnata senza sceneggiatura, di getto, la storia ha una scansione narrativa che avviene dentro le immagini di grande formato, dipinti ad olio a cui si alternato disegni non curati fatti con il pennarello. Se alcune vignette sembrano fotografie virate che si condensano in acquatiche macchie pittoriche, la tavola può contenere anche un lungo testo mozzafiato e circoscrivere il dettaglio visivo del narrato. E’una storia sul disagio, sulla complicità delle vicende di strada, sulle differenze sociali, sulla noia, sul potere del gruppo sulla volontà del singolo, sullo spaesamento, sui riti di iniziazione, sui patti di sangue, sull’amicizia perciò, e su esperienze che si imprimono come cicatrici, con allusioni ai primi anni Ottanta, alla cultura nichilista del punk, alla tossicodipendenza dilagante di quegli anni. Una storia sul destino, che l’autore riprende ne Gli Innocenti, racconto lento che sceglie vignette grandi, un disegno semplice, la leggerezza dell’acquerello, per suggerire ariosità alla narrazione, e raccontare dell’ineluttabilità della vita, del cambiamento e della crescita, così influenzabili anche dalle piccole cose del passato. Gipi sa comprendere la giusta tecnica per la storia da raccontare, senza troppe preoccupazioni per un bel disegno, ma piuttosto per una narrazione efficace. Con Gli Innocenti prende le distanze dal proprio vissuto, che ci mostra in bianco e nero con un segno rozzo ma verissimo, per soffermarsi sul rapporto tra un adulto sprovveduto e un bambino, sul dialogo, le smorfie, le incertezze, i silenzi, di questa tenera coppia.
Gipi è un grande narratore, quasi un sociologo, che fonde la secchezza dei testi con il linguaggio cinematografico, mantenendo una tensione sospesa tra descrizione del reale e riflessione intimista, attraverso inquadrature d’effetto, montaggio dinamico, dialoghi impeccabili, e una fotografia che modulando la luminosità calibra il tono drammatico.
Accanto alle storie di Gipi, in provincia, c’è di molto peggio. L’efferato assassinio di Pietro Maso nel veronese di quindici anni fa, che con la complicità degli amici massacrò a sprangate i genitori, è l’emblema di una cultura vuota, consumistica e opulenta. Questo ventenne glaciale che si cambiava d’abito più volte durante lo stesso giorno del processo, e che divenne un idolo per i ragazzi di quegli anni, è un paradigma attualissimo. Stiamo parlando di terre, e ci si potrebbe allargare dal Veneto a molte zone della Lombardia (6), in cui prospera la più florida ricchezza della nazione, ma che negli ultimi anni hanno assistito a molti delitti feroci. Pensiamo a Somma Lombardo, a Busto Arsizio, all’inquietante fenomeno del cosiddetto "satanismo varesotto" e alle vittime che ha seminato. Ma l’elenco delle atrocità sarebbe lungo, quando si parla di provincia infatti non c’è un sud o un nord, si parla di ambienti dove l’istruzione rimane spesso ai livelli dell’obbligo, dove un universitario è bollato come intellettuale, dove si pratica la cartomanzia e l’astrologia. Paesi in cui regna un campanilismo sfrenato, chiusi, gelosi delle tradizioni, che rincorrono la modernità. Gente che intende il prestigio sociale come benessere economico. Gente a cui un fidanzamento finito, un lavoro perso, una malattia, una denuncia, appaiono come un peso insostenibile, come un giudizio a morte, una mannaia che pende fuori dalla porta di casa.
Di questa provincia malsana Gipi, che non riesce a staccarsi dall’intensità del reale, spreme l’umanità. Le sue storie saporano di un pedigree consapevole e disincantato che fa riflettere e commuovere contemporaneamente. La sua grandezza risiede nella ricerca costante della verità, che ancor prima della sceneggiatura, del testo e dei dialoghi, delle espressioni e dei movimenti dei personaggi, ha lo sguardo come partenza. Se Thomas de I quindicimila passi ci rivela la ristrettezza della sua terra attraverso l’osservazione di case color cremino, dai condomini color nocciolina, dai residence che non sono mai gialli, ma giallini, mai verdi, ma verdini; Felix in Appunti per una storia di guerra di Gipi, riconosce il passato e pure il futuro delle persone dalle loro dita. E così l’autore si ritrova a riflettere su destino e differenze sociali in una storia che ha come sfondo una guerra fantasma. Gipi, in definitiva, ci insegna che lo sguardo necessario ad un disegnatore "è uno sguardo più attento di quello che serve per guardare un paio di Adidas in una vetrina" e nelle sue storie ci mostra che dentro al male c’è sempre il bene, e viceversa.

***

1 Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, Einaudi, Torino, 2002. pp.29/30.
2 Esterno notte (2003), Appunti per una storia di guerra (2004), Gli innocenti (2005), tutti Coconino Press, Bologna.
3 Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani, Milano, 1990, p.79.
4 Antonio Pascale, da Caserta, "Lo straniero", n.3, primavera 1998, pp.263/264.
5 Michele Lupi, Racers, Feltrinelli, Milano, 2003, p.93.
6 cfr. Damiano Grasselli, Stragi lombarde (in famiglia), "Lo straniero", n.47, maggio 2004, pp.79/82.